Yale JoelE’ quasi finito il primo giorno.
Ho tirato tante linee e tante volte creduto di precipitare. Ritorno qui con la pelle più vecchia e la solita eventuale luce sotto le unghie. Capace di stupirmi, di pensare e nel pensiero perdermi, di desiderare, di uscire senza un filo di trucco o esasperarmi di rossetto, di essere me stessa per eccesso o per difetto, di baciarti con amore, di dimenticarti ancora una volta senza mai dimenticarti veramente, di volere la vita a tutti i costi a costo di volerla sola.
Finisce questo primo giorno e io comunque mi svesto/resto/resisto.

Per quella mezzanotte si era acciuffata i capelli.
Non lo faceva mai, ma si sentiva leggera.
Era mezzanotte di un anno fa, sua.
Forse, semplicemente altra.
Aveva gli occhi morbidi
e ogni purezza pronta ad affidarsi.

.

E’ mezzanotte ora, sua anche questa.
Forse, semplicemente sola.
Ha gli occhi asciutti,
e ancora un’altra lontananza
annodata/stretta al petto.

Questo tempo passa ovunque.
Prende e sciupa. Mi sciupa, spesso.
Ho tutti i nervi tesi, le mancanze zitte, i bisogni umidi.
Non cercavo nulla di impossibile
/magari una zattera e il sole alto.
La superiorità non genera alcuna salvezza.
Soccombere all’inutilità
oppure tacere una qualche sopravvivenza.
Posso offrire rami secchi
a questo improbabile altare. Io posso ancora.
Un dolore conficcato nel palato/
che non esclude il riso/
poi le dita che ancora sanno freddarsi/
tutto come fosse notte.

Resteranno le intenzioni scalze, le amarezze oleose e tutti i discorsi su quanto sarebbe stato bello. E’ spesso così, troppo spesso. Mi accorgo dell’assenza del sole, nei giorni in cui non mi sta in fronte. Di tanti propositi tu eri uno dei migliori, eppure ti sei portato via. Si rischiano sempre scontate riflessioni nelle situazioni come questa, ma è anche vero che ci si muove dentro il mondo da non so quanto tempo. Banale esistere/insistere di certi eventi. Neanche Dante avrebbe faticato per la sua Beatrice, l’avesse avuta lì pronta per essere vissuta. C’è qualcosa di umano e profondo nell’inutilità, altrimenti non mi spiego come possa prendersi così tanto spazio nella vita di tutti. Nella mia per prima. Come quando da bambina pettinavo le mie bambole, non ho mai avuto alcun interesse per i vuoti a rendere. Ho sempre avuto molto chiaro il mio volere. Solo succede, magari per lunghi momenti, che le ossa si fanno di gomma e allora trascini. Per un po’ ti trascini.

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Ho un anima incostante.
Per questo spesso non mi oriento.
Cerco continuamente di esistermi
mi affatico, blatero poi smetto.
C’è chi capisce la fatica di questo grattare
e chi si stanca di me, giustamente.
Stamattina è abbastanza primavera
di buoni propositi.

Finisci, finisci prima che puoi.
Non so come, inventa un modo ma
finisci.
Non c’è alcun prima, non c’è niente.
Rimane un desiderio violento,
che dentro la gola mi sbava di pianto.
Finisci, che io non posso più
guardare questa pena e restare indifferente.

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Immagina
giro tre volte su me stessa
poi bevo del vino.
Mi siedo e sorrido
ho rosse le guance, fumo
qualcosa mi si muove intorno
mi rassicura.
Eventualmente
oltre ogni intenzione, mi trovo
bella.

Photo: Jessica Silversaga

Non sapeva cosa era venuto a renderli così. Aveva gli occhi asciutti, che di solo egoismo si compone il mondo. Contava ogni battito di tallone e continuava a sentirsi stracciata. La strada era umida, in ogni piega di pietra, in ogni angolo inevitabilmente chiuso su se stesso. Prima di ogni cosa ripassava il respiro, tanto non avrebbe mai imparato a contenere. Sì, non sapeva cosa era venuto a renderli così. Accogliere bruttezze, per poi trovare un equilibrio tra questi faticosi umori. Vera e stanca ora, vera e delusa. Tanto cuore porta sempre malformazioni. Il resto è comunque troppo poco. Lei trovava il sapore delle cose e lo succhiava come fosse l’ultima possibilità concessa, eppure… Non aveva braccia di madre a stringerla o occhi di padre a rassicurarla. Non aveva la saliva di un uomo capace d’amarla, in cui affogare anche solo per un momento. Aveva se stessa e questo a volte proprio non bastava. Si accoglieva, si accarezzava, si respirava, si baciava, si colorava, si scolorava, si picchiava, si guardava, si ignorava eppure… a volte, non era sufficiente e allora lasciava le braccia molle. Cercava di riempirsi le tempie di uccelli, che in volo è più facile aspettare un qualsiasi dopo. Di assenza di cura si compone il mondo, tra tanti figuranti incapaci d’amore e di grazia.

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E’ da così tanto che non mi metto comoda a scrivere, sarà per questo che mi tormentano collo e spalle. Tante cose stanno succedendo, anche se continua solo a piovere. E’ stanco quest’inverno. Trascina l’asfalto e le intenzioni di molti, io mi contraggo e poi mi libero. Nonostante la frenesia dei giorni, i miei e basta, mi scopro luminosa e pacificata. Non trattengo. Non divoro. Non mi impongo e raramente mi volto. Il primo caffè della mattina è sempre il più buono.  Abbiamo perso così tanto, eppure solo io sento il peso di questa rinuncia. Eppure solo io non mi dispero affatto. Avrei imparato la superficialità, se solo tu avessi imparato la profondità. Non dovevamo ma avremmo potuto. Di tutte queste cose che stanno succedendo non sai niente, ma loro accadono comunque. Mie e di questo caffè buono.